venerdì 19 agosto 2016

LA SCOMMESSA DI RYANAIR PER DRIBBLARE LA BREXIT

Michael O'Leary con un colpo a sorpresa lancia per il 2017 un progetto di potenziamento delle rotte italiane con la benedizione del governo. La strategia: battere sul tempo Alitalia e easyJet e limitare i contraccolpi dell'uscita di Londra dalla Ue.

pubblicato da: www.repubblica.it

ROMA - Un miliardo di dollari di investimenti, di questi tempi, è sempre il benvenuto. Ne sa qualcosa il ministro Graziano Delrio che aveva spinto sull'acceleratore nei mesi scorsi e promesso il taglio della nuova tassa comunale sui biglietti aeroportuali. Un balzello che aveva mandato su tutte le furie il padrone indiscusso di Ryanair Michal O'Leary. Il quale, con piglio tipicamente irlandese, e quindi un po' mediterraneo nelle reazioni a caldo, per tutta risposta aveva tagliato di netto due rotte, Alghero e Pescara.

La scommessa di Ryanair per staccare le concorrenti e dribblare la BrexitCon quella tassa da 2,5 euro a persona, i costi per il vettore low cost che non di rado vende biglietti a meno di 10 euro, erano decollati. Di lì la situazione - anche sotto il profilo politico e del peso della compagnia in Italia - era montata a dismisura. Delrio ha pazientemente riallacciato i rapporti con O'Leary (e le altre compagnie, certo, ma soprattutto con gli irlandesi al primo posto in Italia per passeggeri) promettendo un ritorno allo status quo nelle tariffe da settembre e garantendo, nel contempo, delle aperture sulle norme che regolano gli scali regionali.

E così è stato: oggi O'Leary si presenta con un piano di investimenti forte e convincente. Dieci aeromobili stabili in Italia sono poco meno del 10% del totale degli aerei di Alitalia. Un passo che porterà all'assunzione diretta di oltre 200 tra piloti (circa 40) e 160 assistenti di volo, tutti con con base in Italia. Non solo: O'Leary incassa pure una linea più morbida sulla concorrenza degli scali minori in Italia che sui collegamenti, potranno avere quasi le stesse prerogative degli hub di Roma e Milano. In totale ci sono 44 nuove rotte, 21 a Roma e Milano e 23 negli altri aeroporti regionali, che porteranno la guerra delle tariffe con easyJet e Alitalia a livelli mai visti in precedenza. Un buon affare per i passeggeri, molto meno per la sostenibilità dei conti di Alitalia e soprattutto di easyJet: compagnia con base a Londra e terzo player in Italia che deve ancora scegliere quale strada percorrere in caso di Brexit.

La mossa congiunta governo-Ryanair parte dalla volontà di attrarre nuovi investimenti e porterà all'assunzione indiretta di altre 2300 persone negli scali italiani, visto che con l'aumento dei passeggeri previsto dal vettore low cost (3 milioni nel 2017, +10% sul 2016) tutta la filiera del comparto sarà obbligata per l'aumento del traffico ad assumere 750 persone circa per milione di passeggeri. Per Ryanair sarà una scommessa anti-Brexit che porterà la compagnia a superare la soglia dei 35 milioni di passeggeri l'anno, distanziando la numero Alitalia di oltre 10 milioni di persone, uno schiaffo proprio in casa dell'ex vettore di bandiera nazionale, che nonostante la cura araba di Etihad fatica ad imporsi proprio per i costi ancora troppo alti.

O'Leary, da gran fuoriclasse del settore aeronautico, ha già annusato in quale direzione si stia riposizionando il mercato: il terrorismo e lo choc del fallito golpe turco stanno spostando l'asse del turismo dal Nord Africa, vicino Est e Turchia verso i Paesi europei del Mediterraneo, su tutti Spagna, Portogallo (che crescono più di noi in termini di biglietti aerei) e Italia. Ecco perchè Ryanair scommette proprio su un 2017 espansivo per l'Italia e ci gioca una bella fiche da un miliardo di dollari.

DOPO LE ILLUSIONI DELLA BREXIT, ARRIVA LA REALTÀ: L’INGHILTERRA È IN RECESSIONE

Chi pensava che il risultato del referendum non avrebbe intaccato la solidità dell’economia britannica si sbagliava. Le stime lasciano presagire uno scenario solo: la recessione. Le difficoltà per Theresa May aumentano.

pubblicato da: www.linkiesta.it

Image result for brexitDopo gli annunci e le previsioni arrivano i dati. Il costo della Brexit inizia pian piano a definirsi. A meno di due mesi dal referendum che ha avviato l’addio del Regno Unito all’Ue e a quasi un mese dall’arrivo del nuovo esecutivo britannico, i costi della Brexit diventano tangibili. Aumento dell’inflazione, aumento dei prezzi di beni e servizi e allentamento della domanda, con conseguente aumento dei costi per i produttori. Soltanto nel mese di luglio il Regno Unito ha visto crescere dello 0,6% il livello dell’inflazione, che per la Bank of England dovrebbe arrivare a toccare quota 3% nel 2017. Si tratta del più forte aumento registrato dal novembre 2014. Il trend dell’alta inflazione associata a una sterlina debole – il pound ha perso almeno 10 punti percentuali rispetto al dollaro – con il conseguente aumento dei prezzi dell’import, preoccupa economisti e grandi aziende.

L’aumento dell’inflazione ha colpito per ora il trasporto ferroviario, con un aumento dei prezzi dell’1,6% soltanto nell’ultimo mese, ma anche bevande alcoliche, tabacco e i prezzi di ristoranti, alberghi e materie prime.

Per ora nessuno osa dirlo a gran voce, ma se prolungato, il mix di alta inflazione, bassi consumi e crescita lenta o pari a zero significa soltanto una cosa: recessione. Uno scenario che per la verità tanto la Bank of England quanto l’Office for the National Statistics avevano previsto chiaramente già durante la campagna referendaria, ribaltato dai sostenitori della Brexit. Sempre la Bank of England, che per ora non sembra particolarmente preoccupata per il livello dell’inflazione, non ha escluso ulteriori tagli ai tassi di interesse, per l’istituzione i timori più forti arrivano dal rallentamento della crescita e un’improvvisa impennata della disoccupazione.

Per chi, tra i cittadini britannici, ritiene la Brexit un fenomeno lontano e intangibile, gli effetti rischiano di essere molto più che concreti. Ad oggi il rischio di cui Bank of England e l’Office for the National Statistics parlano è quello di una lenta e lunga impasse economica dalla quale il Paese uscirà fortemente indebolito e più diviso che mai. I primi a risentire gli effetti negativi saranno proprio i lavoratori meno qualificati che a fronte di un incremento dei prezzi vedranno praticamente azzerarsi il proprio potere di acquisto.

Per il think tank Resolution Foundation nemmeno la prospettiva di tagliare il numero degli arrivi di migranti intra Ue riuscirà ad avere gli effetti propagandati durante la campagna referendaria. Meno migranti europei significa certo meno concorrenza nella ricerca del lavoro, ma non conseguente aumento sostanziale dei salari per i meno qualificati né automatica occupazione per chi è alla ricerca di lavoro. In un mercato dove la forza lavoro fino a oggi è stata altamente mobile, garantire la piena rispondenza della forza lavoro nazionale all’offerta delle aziende non sarà un processo immediato, con il risultato che la prima conseguenza per anni sarà un taglio dei posti e non un loro aumento. I sindacati e alcuni analisti prevedono una diminuzione brusca dei salari già a partire dal prossimo anno, con conseguenze prevedibilmente negative a livello sociale.

Le performance economiche britanniche dell’ultimo mese vengono lette in modo diverso da economisti e analisti. Non manca chi guarda in modo scettico all’immediato legame tra alta inflazione e Brexit.

giovedì 18 agosto 2016

NIGEL FARAGE "MINACCIA" DI RITORNARE IN POLITICA

Nigel Farage, che si era dimesso poco dopo il referendum sulla Brexit, promette un ritorno in caso si disattenda il risultato del referendum sulla Brexit. 

«Se la Brexit non fosse portata a termine, dovrei seriamente pensare a rientrare. Ma spero di non doverlo fare». Parole che suonano come un monito al governo di Theresa May, che starebbe pensando di rinviare l’addio definitivo all’Unione Europea al 2019. Farage ha passato l’estate senza farsi sentire troppo, godendosi il successo. Ma nel mezzo dell’incertezza che caratterizza la Gran Bretagna del dopo-referendum, il leader euroscettico è tornato ad alzare la voce e fare pressione sul primo ministro.

Prima con un’intervista alla Tv Russia Today, in cui ha sfoggiato baffetti alla Clark Gable, abbronzatura e cravatta rosa, poi su Twitter. «Comincio a sentire un sacco di frustrazione da parte dei 17 milioni di cittadini che hanno votato Leave. Il governo deve muoversi e portare a termine la Brexit», ha scritto. E ancora: «La Brexit deve significare la fine della libera circolazione, uscire dal mercato unico e riprenderci le nostre acque territoriali. Meno di così sarebbe un tradimento».

La decisione di Farage di abbandonare la guida del partito populista Ukip, di cui è fondatore e anima, proprio nel momento del trionfo, aveva suscitato grande sorpresa a Londra. Lui aveva detto di aver raggiunto il suo scopo e di voler riprendersi la sua vita (Farage resta comunque europarlamentare). Se dovesse tornare sui suoi passi e riprendere un ruolo attivo nella politica inglese, non sarebbe una novità.

pubblicato da: www.nextquotidiano.it

DOPO BREXIT, L'IRLANDA TEME UN RITORNO AI TEMPI CUPI DEI "TROUBLES"

Il voto a favore di Brexit risveglia i timori di un ritorno agli scontri in Irlanda

pubblicato da: news.nationalpost.com

A flag for the Republic of Ireland has to mark the mostly invisible border between Northern Ireland and the Republic of Ireland.CULLAVILLE, Irlanda del Nord – Ai tempi dei "Troubles", il confine era un luogo pericoloso, un presidio di sentinelle e di blocchi doganali, un terreno di scambio di beni di contrabbando e di cellule dell'Esercito Irlandese Repubblicano.
Le truppe britanniche avevano talmente paura dei cecchini dell'IRA che dislocavano i loro soldati usando gli elicotteri, per non rischiare ad addentrarsi per le strade della Contea di Armagh.

Oggi c'è pace ovunque, lungo le 300 miglia del sinuoso confine che separa l'Irlanda del Nord dall'Irlanda. Tuttavia, in seguito al voto di giugno per l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea, potrebbe arrivare qualche cambiamento riguardo ai confini.

Ciò che succederà all'isola irlandese, nord e sud, è una delle più grandi incognite della Brexit. L'Irlanda del Nord è parte del Regno Unito, e cosi ora dovrebbe dire addio al "Blocco Europeo", anche se una netta maggioranza degli abitanti dell'Irlanda del Nord (il 56%) ha votato per rimanere.
Nessuno sa cosa accadrà ai confini irlandesi, e i politici sono quelli che ne sanno meno di tutti. I vicini di casa dell'Irlanda del sud rimarranno parte dell'Europa.

Cosa succederà nel campo del commercio e dei viaggi non è noto, e ci sono incognite anche più grandi che riguardano l'unificazione dell'isola.
Un Rumeno, o un Libico, in viaggio da Dublino dovrà mostrare il passaporto per entrare a Belfast? Un camion di merci europee o britanniche dovrà essere ispezionato nel passare il confine, e in che modo? Una bottiglia di latte avrà lo stesso prezzo al di là e al di qua dei confini? E cosa succederà ai regolamenti per pastorizzare quel latte, e ai sussidi che consentono agli allevatori di produrlo?

Il nuovo Premier del dopo Brexit, Theresa May, ha affermato che "Nessuno desidera ritornare ai confini del passato". Ma molti vogliono sapere che cosa succederà.

"Nessuno sa che cosa accadrà al nostro confine, e chi lo sa meno di tutti sono i politici", ha detto Eugene McSkeane, 39 anni, agricoltore di Crossmaglen in Irlanda del Nord, che ha citato tutte le promesse fatte prima dello storico referendum Brexit e rapidamente ritirate subito dopo il conteggio dei voti. Afferma, inoltre, che la decisione sui confini non verrà presa soltanto dal Regno Unito o dall'Irlanda: tutti gli altri membri dell'Unione Europea dovranno esprimere un'opinione.

mercoledì 17 agosto 2016

BREXIT VISTA DAI BALCANI. TIMORI E SPERANZE NELL’EUROPA “PERIFERICA”

I Paesi nati dalla dissoluzione della Jugoslavia hanno seguito con apprensione il referendum che ha portato Londra fuori dall'Unione. Euroscettici - ben presenti anche in questa regione - e filo-Ue si sono domandati se i negoziati per l'adesione avrebbero subito un rallentamento o addirittura uno stop. L'analisi di una esperta, che segnala problemi e prospettive sulla via verso Bruxelles.

pubblicato da:agensir.it

 Il referendum dello scorso 23 giugno, quando la Gran Bretagna ha deciso di uscire dall’Unione europea, ha avuto una particolare eco nei sei Paesi dell’Europa sud-orientale, che si trovano – chi in una fase già avanzata chi ancora in quella iniziale – nel processo di adesione all’Ue.
Tra le prime reazioni dopo la Brexit in questi Paesi si è fatta sentire la voce degli “euroscettici” che, con non poca soddisfazione, presagivano la fine dell’Europa unita paragonando il voto dei britannici alla situazione che aveva portato anni fa alla dissoluzione di quel Paese multinazionale e multireligioso con 22 milioni di abitanti che era la ex-Jugoslavia; un progetto che dopo settant’anni di vita si era rivelato estremamente fallimentare e frutto di un’idea bella e nobile ma nella prassi fondamentalmente insostenibile e compromessa da regimi non democratici al potere, susseguitisi dalla nascita dello stato nel 1918 sino alla sua fine tra il 1991 e il 1992.
Anche in questo caso, lo smembramento del Paese composto da sei repubbliche e due provincie autonome era maturato in una situazione di grave crisi economica negli anni Ottanta del Novecento e che, alla fine, aveva frammentato la Jugoslavia socialista da cui sono nati i sette Stati indipendenti di oggi.
Ma all’esito del voto britannico non hanno reagito solo gli euroscettici, bensì anche gli “euroentusiasti” che, con evidente timore e malcelata delusione hanno sentito come reale la possibilità di veder rallentare e perfino interrompersi il processo di integrazione europea dei Paesi dei Balcani Occidentali, per i quali la questione del “leave” o “remain” ha assunto un significato cruciale:
rimanere ghettizzati alla periferia dell’Europa o far parte di una comunità la cui superiorità rispetto alle possibili alternative non è certo da mettere in dubbio. Consapevoli che in Europa niente più sarà come prima della Brexit, i loro commenti erano nutriti dal filo di una speranza – più voluta che realmente avvertita – che l’Ue, qualora venga “riassestata”, non avrebbe chiuso le sue porte ai Balcani.
Per rassicurare i Paesi candidati dei Balcani, il presidente francese François Holland e la cancelliera tedesca Angela Merkel, insieme ai rappresentanti di Bruxelles, a solo due settimane dal voto dei britannici hanno riunito, a Parigi, i capi di Stato e di governo dei due Paesi balcanici già diventati membri dell’Unione (Slovenia e Croazia) e quelli che si trovano nel pieno del processo di adesione (Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia, Serbia), per confermare loro che “il processo continuerà” nonostante la Brexit e che la decisione della Gran Bretagna non influirà in alcun modo sul processo in corso in quanto l’allargamento dell’Ue non si fermerà, bensì “sarà rafforzato”. Si è altresì discusso del modo più efficace per riavvicinare l’Ue e i Balcani, indispensabili grazie alla loro posizione geografica per affrontare la crisi migratoria e la lotta contro il terrorismo, ma anche per riavvicinare e contribuire a far riconciliare gli stessi Paesi balcanici, un compito certamente non facile dopo anni di guerre e di odi reciproci. Infine, a Parigi è stato annunciato lo stanziamento di fondi per garantire la migliore coesione della regione nel settore energetico e delle infrastrutture, affidando particolare attenzione alla cooperazione tra i giovani del sud-est europeo.

BREXIT: UK ALLA DERIVA, O UE PROSSIMA A INCAGLIARSI? L'OPINIONE DI ALFREDO NEPA

Una breve riflessione sull'Europa del dopo Brexit

pubblicato da: www.huffingtonpost.it 

BREXITPer ora, l'unica mossa della Gran Bretagna per contrastare il rallentamento della propria economia, è stata quella di abbassare i tassi di interesse. A Londra, molti sostengono che l'uscita dall'Ue è il più grave errore politico fin dai tempi dell'uscita dalla Chiesa cattolica romana. Erano gli anni in cui la regina Elisabetta I sconfiggeva l'invincibile Armata spagnola, simbolo del potere economico-commerciale dell'epoca e porre le fondamenta del più potente impero globale dalla caduta dell'Impero romano.

Noi giù al sud, ci preoccupiamo per loro immaginando un'isola che naviga a vista verso nord, lontana dalle calde spiagge europee. Ma se domani scoprissimo che già da anni la Gran Bretagna trattava segretamente accordi commerciali con gli Stati Uniti..? Se venissimo a conoscenza di un progetto che prevede la creazione di un nuovo Commonwealth con Usa, Canada, Australia, India e altre nazioni che piaccia anche cinesi, russi e fondi sovrani..?

L'Europa è un importante mercato di sbocco ma sempre più saturo, litigioso e immobile. In Inghilterra piove spesso e il clima suggerisce progetti a lungo termine.

Bloccati dalle posizioni tedesche, con una Francia debilitata e una Spagna ingovernabile, una Grecia dimenticata e un'Italia che in autunno è attesa al voto del referendum costituzionale con la possibilità di ritrovarsi un premier a 5 stelle, mentre il terrorismo colpisce e spaventa il continente, ci ritroviamo a discutere se la Turchia debba continuare il suo processo di adesione alla Ue o meno, con quel che è accaduto dopo il tentato golpe.

Allora, come sostiene Pier Luigi Vercesi nel suo ultimo editoriale, un dubbio è legittimo: è la Gran Bretagna alla deriva nel mar del Nord o l'Europa prossima a incagliarsi nel Nord Africa?

Alfredo Nepa è un giovane imprenditore esperto in Scienze economiche internazionali, ed è Vice Presidente G.I. di Confindustria Teramo.

BERLINO CHIEDE A LONDRA CHIAREZZA E UN'AGENDA PER LA BREXIT

La Germania dice “genug”, che in tedesco vuol dire “basta”. Berlino è stanca della politica attendista di Londra e chiede un calendario chiaro per gestire la Brexit. La stampa euroscettica in Inghilterra continua a scrivere che la neopremier Theresa May ha un piano, ma che Bruxelles non deve avere la pretesa di gestire l’agenda britannica.

A Berlino però non sono d’accordo e il ministro per gli Affari europei spiega: “Da qui alla fine dell’anno c‘è tempo sufficiente per dare risposte, non c‘è bisogno di pressione politica. È nell’interesse degli stessi britannici fare chiarezza su come portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea”.

In realtà l’interesse di Berlino non è solo altruistico. È vero che dopo l’esito del referendum la borsa di Francoforte ha recuperato, ma non come la Germania si attendeva. Nessun investitore fa passi importanti sino a quando non si conosceranno le decisioni di Londra. Secondo il trattato di Lisbona, una volta che il Regno Unito comunicherà in forma scritta le sue intenzioni, Bruxelles dovrà iniziare le discussioni che potrebbero durare fino a tre anni e dovranno mettere d’accordo tutti i paesi-membri.

Pubblicato da: it.euronews.com

martedì 16 agosto 2016

BREXIT: PIU' SVANTAGGI CHE BENEFICI PER I LAVORATORI NON SPECIALIZZATI

Brexit negativa per i lavoratori poco specializzati 

Offre più svantaggi che benefici la Brexit ai lavoratori britannici. È quanto emerge da uno studio del think tank Resolution Foundation, secondo cui l’aumento dei salari per gli impieghi a bassa specializzazione ottenuti da un taglio dell’immigrazione saranno superati ampiamente dalle conseguenze economiche negative del “divorzio” da Bruxelles, fra cui l’elevata inflazione e la crescita debole.

Già oggi arrivano i primi segnali, col tasso annuale dei prezzi al consumo salito allo 0,6% nel mese di luglio. Lo studio inoltre sottolinea che la riduzione degli ingressi nel Regno, che il governo si è impegnato a portare da oltre 300mila l’anno a decine di migliaia, rischia di penalizzare le aziende che impiegano in grande numero gli immigrati.



LA BREXIT SI ALLONTANA SEMPRE DI PIU'

Berlino e Londra trattano sul 2019

Merkel preme su May. A Londra mancano ancora i negoziatori.

Era il 24 giugno. Doveva essere l’alba del Regno Unito indipendente, e invece niente. Prima di partire per le vacanze nella libera Svizzera Theresa May annunciava la richiesta di uscita dall’Unione europea «all’inizio del 2017», e invece niente. Fonti citate dalla Stampa e dal Times raccontano una verità diversa. La richiesta formale di uscita potrebbe partire a maggio, o dopo le elezioni politiche tedesche, e per questo la Gran Bretagna potrebbe rimanere membro a tutti gli effetti dell’Unione almeno fino a Natale del 2019.

A gestire le complicate conseguenze della Brexit non sono pronti né il governo di Londra, né quello francese, né tantomeno quello tedesco. A Parigi si vota in primavera, a Berlino in autunno, ma prima di allora Angela Merkel ha due test elettorali importanti, nella capitale e nel Lander più grande di Germania, in Nordreno Vestfalia. La destra populista non ne vuol sapere di pagare il conto dell’uscita di Londra (undici virgola tre miliardi di contributi al bilancio comunitario) e così nel faccia a faccia di metà luglio la Merkel ha chiesto alla collega di prendersi tutto il tempo necessario. La leader tedesca vuole che a gestire la trattativa sia il pletorico Consiglio europeo a 27, e non il negoziatore scelto dalla Commissione, Michel Barnier. Del resto come si fa a chiedere l’uscita dall’Unione mentre le Borse di Londra e Francoforte annunciano le nozze fra gli squilli di tromba?

«C’è un’enorme differenza fra uscire dall’Unione e mantenere le nostre relazioni con l’Europa», diceva in luglio il neoministro degli Esteri Boris Johnson. La politica londinese sembra contagiata dall’arte tutta italiana della retorica e del traccheggio. Nel governo May ci sono due ministri impegnati a gestire le conseguenze del referendum. David Davis è segretario alla Brexit, e deve assumere cinquecento collaboratori: per ora ne ha meno della metà. A Liam Fox, il ministro per il Commercio internazionale, servono mille esperti: il Times racconta che ne ha trovati un centinaio. Si dice che un buon leader politico dovrebbe avere un piano anche in caso di sconfitta, Wolfgang Schaeuble osserva sarcastico che i sostenitori della Brexit non avevano un piano nemmeno per gestire la vittoria.

Per spostare più in là il momento delle decisioni ci sono ottimi argomenti. La Gran Bretagna deve anzitutto decidere quando presentare la domanda di uscita, e la Merkel ha detto che la scelta spetta a Londra nei tempi che riterrà opportuni. Poi il Consiglio europeo dovrà discutere le «linee guida» della trattativa. Fatto questo scatteranno i negoziati veri e propri - sempre con il Consiglio - il quale dovrà approvare l’accordo con una maggioranza qualificata di venti Paesi pari al 65 per cento della popolazione. Se e quando ci sarà l’accordo, il Parlamento europeo dovrà ratificare. Non è detto che ciò avvenga in due anni: il Consiglio (stavolta all’unanimità) potrà concedere una proroga. Due anni servirono alla Groenlandia per gestire il suo divorzio, e l’unico serio argomento di discussione era la pesca.
pubblicato da: www.lastampa.it leggi l'intero articolo

domenica 14 agosto 2016

L'IMMENSO LAVORO PER UNA (EVENTUALE) REGISTRAZIONE DEI CITTADINI UE ALL'ANAGRAFE UK

Se tutti i cittadini UE in GB chiedessero la residenza sarebbero 140 anni di lavoro per l’anagrafe

La registrazione di più di 3 milioni di migranti europei che già vivono in Gran Bretagna potrebbe presentare al governo una sfida amministrativa di dimensioni mai viste

brexit cittadini residenzaBruxelles – La registrazione di più di 3 milioni di migranti europei che già vivono in Gran Bretagna potrebbe presentare al governo una sfida amministrativa di dimensioni mai viste, segnala uno studio riportato dal quotidiano Guardian.
Gli esperti hanno esaminato il regime esistente per la richiesta di residenza permanente per esaminare eventuali problemi che potrebbero sorgere con un eventuale nuovo regime post Brexit. La loro analisi suggerisce che, se tutti i cittadini dello Spazio economico europeo (See) che vivono nel Regno Unito all'inizio del 2016 facessero domanda per la residenza permanente nello stesso anno (per approfittare delle regole attuali), ciò equivarrebbe a l'equivalente di circa 140 anni di lavoro, in base agli attuali tempi di lavorazione.

Madeleine Sumption, direttore dell'Osservatorio migrazioni presso l'Università di Oxford, ha spiegato che “a seconda di quanto tempo prenderanno i negoziati Brexit, il governo potrebbe trovarsi nella necessità di registrare abbastanza rapidamente i cittadini dell'Unione che già abitano qui, e dato il gran numero di cittadini dell'Ue che potrebbero chiederlo questo sarà un compito arduo”. Attualmente chi ha vissuto ininterrottamente nel Regno Unito per almeno cinque anni ha automaticamente un diritto permanente di soggiorno.

pubblicato da www.eunews.it

TRA LE CONSEGUENZE DI BREXIT, CI SARANNO ANCHE QUELLE PER L'INDUSTRIA DEL CINEMA

pubblicato da www.ilsole24ore.it:

Brexit, cosa cambia per l’industria cinematografica?

Dopo diverse settimane dallo storico referendum che ha portato la Gran Bretagna a uscire dall'Unione Europea, non si placano le polemiche e le voci dei tanti che vogliono dire la loro su quali conseguenze provocherà a lungo termine la Brexit.

Oltre alle tante riflessioni economiche e politiche, anche l'industria cinematografica si chiede quali potrebbero essere le ripercussioni nel mondo dello spettacolo. Se prima del voto i protagonisti della settima arte erano divisi su quale fosse la decisione migliore per il popolo britannico (l'attrice Elizabeth Hurley si era schierata a favore della Brexit, mentre Daniel Craig si era dichiarato ufficialmente contro, giusto per citare due delle massime celebrità cinematografiche britanniche), anche adesso c'è molta incertezza su cosa porterà il futuro.

I dubbi sono vari, a partire da come si potranno sviluppare le co-produzioni internazionali tra il Regno Unito e gli altri paesi europei, ma le problematiche principali a cui dovranno far fronte le case di produzione potrebbero essere la diminuzione di fondi e sussidi da parte dell'Unione Europea pensati per l'industria dello spettacolo. In più, secondo alcune voci americane come l'Hollywood Reporter, la sterlina più debole potrebbe svantaggiare persino gli incassi al box office.

Quello che è certo, in mezzo a tante domande, è che quasi tutti i capi dell'industria del cinema si erano schierati a favore della permanenza britannica nell'Unione Europea. Tra coloro che si sono fatti maggiormente sentire, svetta Michael Ryan, presidente della Independent Film & Television Alliance: «La decisione di uscire dall'Unione costituisce una grave caduta per l'industria cinematografica e televisiva britannica. Sono entrambi settori costosi e ad alto rischio, e avere certezza circa il quadro di regolamentazione di questo business è assolutamente fondamentale […] Questa, per noi, sarà probabilmente una catastrofe». Tra i più pessimisti c'è anche il celebre produttore newyorkese Harvey Weinstein, che ha definito la Brexit un «vero e proprio disastro», mentre in molti si preoccupano anche della maggiore difficoltà di poter finanziare prodotti indipendenti che vadano al di fuori dell'industria classica.

Mentre crescono la paura e la perplessità, diversi film europei di quest'anno – usciti anche prima della Brexit – hanno mostrato come l'unione fosse soltanto un'illusione (anche in chiave metaforica, come il danese «La comune» di Thomas Vinterberg o il polacco «United States of Love» di Tomasz Wasilewski).
Il più lucido in questo senso è stato «Death in Sarajevo» del bosniaco Danis Tanovic, vincitore del Gran Premio della Giuria all'ultimo Festival di Berlino.






sabato 13 agosto 2016

IL GOVERNO UK FINANZIERA' I PROGETTI UE FINO AL 2020, ANCHE IN CASO DI USCITA DALL'UNIONE EUROPEA

pubblicato da ilsole24ore.com:

Brexit, Londra coprirà i mancati fondi Ue fino al 2020

ApNiente Ue, niente fondi europei. Per colmare questo potenziale “buco” il governo britannico ha promesso oggi che manterrà i finanziamenti ai progetti Ue nei settori agricolo, scientifico e delle infrastrutture fino al 2020, anche se il Paese dovesse uscire dal blocco dei 28 prima di questa data.
La decisione, annunciata dal ministro del Tesoro Philip Hammond, segue i timori espressi al riguardo da alcuni esponenti del mondo imprenditoriale e accademico nel Regno Unito, secondo i quali l'incertezza per il futuro sta già bloccando l'avvio di progetti di lungo periodo.
«Le organizzazioni vogliono sicurezze sul flusso dei finanziamenti che riceveranno» e questo annuncio aiuterà a fornire la necessaria «stabilità e certezza», ha detto Hammond, aggiungendo che questa garanzia sui finanziamenti costerà ai contribuenti circa 4,5 miliardi di sterline l'anno (5,2 miliardi di euro).

I tempi dell’uscita del Regno Unito dalla Ue in realtà non sono affatto certi.Il nuovo primo ministro Thersa May non ha ancora attivato l’articolo 50 del Trattato Ue, che contempla un periodo di almeno due anni di negoziati prima dell’uscita di un Paese. «È chiaro che se smetteremo di contribuire al bilancio della Ue avremo più denaro da investire nella nostra economia», ha puntualizzato Hammond. Il suo annuncio è stato salutato con favore da divere associazioni. «Spero che questa certezza ritrovata darà fiducia alle imprese agricole perché è ciò di cui hanno più bisogno», ha dichiarato Meurig Raymond, presidente dell’Unione degli agricoltori britannici. «L’annuncio di oggi - ha confermato il presidente della Royal Society Venki Ramakrishnan - dimostra in maniera forte che la Gran Bretagna rimane aperta e collaborativa».

L’esito-shock del referendum del 23 giugno ha avuto un impatto sull’economia britannica ancora non facile da stimare. Il primo effetto si è visto sulla sterlina, che dal 24 giugno ha perso il 13% sul dollaro e questa settimana per la prima volta è scesa sotto quota 1,30 (e sull’euro è scivolata fino a quota 0,86) dopo l’annuncio delle nuove misure di allentamento monetario da parte della Bank of England. Nei prossimi giorni i dati su inflazione, vendite al dettaglio e disoccupazione, tutti relativi a luglio, forniranno le prime concrete indicazioni sull’effetto Brexit.

BREXIT: TANTO RUMORE PER NULLA. L'OPINIONE DI ANGELO DEIANA.

pubblicato da formiche.net:

Brexit: sbaglierò ma non ci credo…
Angelo Deiana

Dopo il referendum “consultivo” del 23 giugno scorso, è probabile (ma niente affatto sicuro) che il Regno Unito formalizzi nei prossimi mesi la propria volontà di non essere più membro dell’UE. E’, anzi, potrebbe essere la cosiddetta Brexit.
BrexitE’, anzi, potrebbe essere perché solo la notifica al Consiglio Europeo della propria intenzione di recedere dall’UE può determinare l’inizio dei negoziati finalizzati a definire un accordo internazionale che attui in concreto il recesso di uno Stato membro e lo porti a non beneficiare delle libertà fondamentali del mercato unico (libera circolazione delle merci, dei lavoratori, dei servizi, dei capitali e dei pagamenti).

Della serie: basta chiacchiere. Le conseguenze della Brexit non sono affatto prevedibili e sono abbastanza fantasiose le ricostruzioni, qualitative e quantitative, effettuate in questo mese che ci separa dall’esito del referendum. Tutto dipenderà, infatti, dal contenuto dell’accordo che Regno Unito e UE riusciranno a raggiungere.

Senza dimenticare che, così come accade per il nostro Paese, quasi l’80% della normativa prodotta dai parlamenti nazionali è di derivazione comunitaria. Questo significa che sarà molto difficile uscire dalla UE dovendo, al contempo, modificare una parte significativa della legislazione interna. Per questo non è scontato, che il Regno Unito decida di procedere verso questo obiettivo.

Gli scenari sono, infatti, molteplici e complessi da interpretare. Se, ad esempio, dovessimo predire la cosiddetta “opzione norvegese”, dovremmo sapere che la Norvegia, assieme a Liechtenstein e Islanda, facendo parte dello Spazio Economico Europeo (SEE) dal 1994, accetta tutta la normativa UE pur potendone influenzare molto limitatamente la formazione. Altrettanto complessa sarebbe l“opzione svizzera” perché la Svizzera beneficia della libera circolazione, pur non facendo parte del SEE. Ancora più laterale l’”opzione turca” (difficile da perseguire nella fase attuale) dove la Turchia, candidata all’adesione, ha da decenni un accordo con la UE che consente la libera circolazione delle merci nei rispettivi territori.

Tutto questo ci deve far riflettere sull’effettivo interesse del sistema a rendere la Brexit effettivamente e pragmaticamente “reale”. Senza dimenticare che questi sono solo gli scenari probabilistici sui rapporti economici. Mentre sono i rapporti politici quelli più significativi per interpretare a 360° la Brexit.

Rumors di altissimo livello raccontano infatti che la Regina Elisabetta sia particolarmente irritata rispetto all’esito del referendum. Non perché non ne voglia rispettare l’esito popolare, ma per le conseguenze che potrebbe provocare. Che non sono quelle, pur ipotizzate, del cosiddetto “effetto domino”, rispetto al quale si possa verificare che altri Paesi UE si distacchino dall’Unione provocandone la progressiva disgregazione.

Della UE, a Sua Maestà importa il “giusto”. La vera paura della Regina è, invece quella, di essere ricordata come la persona sotto il cui mandato sovrano è avvenuta la disgregazione di quel Regno Unito che non da tantissimo ha faticosamente raggiunto la sua unità. E’ quella che potremmo definire l’”opzione day after”. Il giorno dopo la vera Brexit, Scozia, Irlanda del Nord e forse Galles potrebbero chiedere di uscire dal Regno Unito.

La stessa città di Londra, come anticipato da commentatori brillanti e consapevoli, potrebbe chiedere di avere uno statuto speciale come “area metropolitana”. Altro che le nostre finte città metropolitane, parenti povere delle provincie. Una Londra a statuto speciale con uno status da “quasi” paradiso fiscale attirerebbe capitali e società da tutto il mondo. Un paragone concreto: avete presente cosa è successo qualche anno fa con la Premier League?

Mettetevi nei panni della Regina. Sarebbe un caos in cui l’Inghilterra rimarrebbe solo una piccola provincia agricola e manifatturiera del sistema Mondo, senza nemmeno la capitale storica che, da sempre, ne è il simbolo. Praticamente un disastro che rimarrebbe negli annali e che macchierebbe i curricula della famiglia reale.

E’ per questo che l’ipotesi che mi sembra più realistica sia quella del “tanto rumore per nulla”. Si negozierà strenuamente, si otterranno benefici ulteriori a quelli già importanti che la Gran Bretagna ha e, alla fine, ci si chiederà tutti (nella UE come nel Regno Unito): a cosa serve uscire? Una domanda che ha già in sé una risposta.

Angelo Deiana, Presidente di CONFASSOCIAZIONI (Confederazione Associazioni Professionali) e di ANPIB (Associazione Nazionale Private & Investment Bankers), Presidente onorario di ATEMA (Associazione per il Temporary Management), è considerato uno dei maggiori esperti di economia della conoscenza e dei servizi professionali in Italia.

BREXIT: L'AVVERTIMENTO DELLA GROENLANDIA AL REGNO UNITO

pubblicato da: www.bloomberg.com

Un monito dalla Groenlandia sull'uscita dal blocco europeo, e un avviso dall'IFS (Institute for Fiscal Studies) sulle difficoltà in arrivo per le banche


Arriva un avvertimento dalla Groenlandia, l'unico paese che è uscito dall'Unione Europea.
Risultati immagini per bandiera della groenlandiaUffe Ellemann-Jensen, che si è occupato delle negoziazioni per l'uscita della Groenlandia nel 1985, afferma che non c'è modo per il Regno Unito di terminare le trattative entro i due anni stabiliti dall'articolo 50. "Condurre le trattative per l'uscita della Groenlandia fu un compito piuttosto semplice" dice Ellemann-Jensen, 74 anni, in un'intervista. "Ci vollero tre anni. Per la Gran Bretagna ci vorrà molto di più. E' impossibile stabilire quanto". 
Elleman-Jensen curò i negoziati insieme al ministro Lars-Emil Johansen. Quest'ultimo ha anche un altro avvertimento da dare ai politici britannici:  dopo due anni di trattative per l'uscita della Groenlandia, nel mondo politico del paese è scoppiato il caos.  Il governo "fu attaccato da una larga parte della popolazione, che era convinta che avessimo svenduti a basso prezzo inostri diritti sulla pesca" Johansen said.
Il punto di vista della Finlandia getta ancora più ombra sul processo. Il ministro delle finanze finlandese Petteri Orpo ritiene che il rischio più grosso sia che gli altri 27 paesi membri non riescano a trovare un accordo sulle modalità di uscita del Regno Unito. 

venerdì 12 agosto 2016

DOPO BREXIT, BOOM DI RICHIESTE DI RIENTRO IN ITALIA DA PARTE DI PROFESSORI E RICERCATORI

pubblicato da http://www.repubblica.it:

La fuga dalla Brexit dei cervelli italiani

Boom di richieste di rientro dopo l'addio del Regno Unito all'Europa: "Temono di avere un futuro incerto". L'Università di Bologna: "Decine di domande già il giorno dopo il referendum, per noi è un'opportunità"

La fuga dalla Brexit dei cervelli italianiROMA - "Le domande sono arrivate una dopo l'altra non appena Brexit è diventata una realtà. Ci hanno scritto professori e ricercatori italiani da tutte le università del Regno Unito. Come se, all'improvviso, la possibilità di "tornare a casa" fosse diventata urgente, soprattutto per chi è espatriato anni fa, e si è ritrovato oggi non soltanto lontano dall'Italia, ma anche fuori dall'Europa". È passato poco più di un mese e mezzo dall'addio della Gran Bretagna alla Ue, ma Giorgio Bellettini, direttore del dipartimento di Economia dell'università di Bologna, spiega che l'effetto Brexit sul mondo accademico non solo è già evidente, ma si è manifestato fin da subito. "Ad aprile scorso avevamo lanciato sul sito "Inomics" una call of interest per alcune cattedre di professore ordinario e associato nel nostro dipartimento. Si tratta di un annuncio che viene pubblicato su siti specializzati, per capire se a livello internazionale esistono studiosi interessati e adatti a quegli incarichi. In due mesi e mezzo avevamo avuto soltanto 38 domande. Poi, già dalla stessa sera del referendum, il 23 giugno, un'impennata di richieste, 35 in una settimana, e gran parte da docenti italiani con contratti in università inglesi, ma anche da professori di altre nazioni emigrati nel Regno Unito".

La prova, cioè, di un imprevisto controesodo. Cervelli che tornano. Nonostante tutto. Perché fare ricerca ed essere tagliati fuori dall'Europa può rivelarsi, alla lunga, pericoloso e penalizzante. Nelle università ma non solo. In un rimescolamento di flussi di vita, di studio e di lavoro nelle pieghe dei quali, dice Bellettini "l'Italia può avere delle occasioni, anche colleghi di altri atenei mi hanno segnalato una ripresa di interesse verso il nostro paese".

Europa infatti significa fondi europei. "Ossia budget ricchi, milioni di euro destinati alla ricerca che rappresentano l'ossigeno per le università, comprese quelle inglesi. Ma dopo lo "strappo" - sottolinea Giorgio Bellettini - gli atenei britannici potranno ancora avere i fondi per il loro progetti?". In realtà la risposta della Ue non si è fatta attendere, così ha scritto nei giorni scorsi su "Nature" il fisico britannico Paul Crowtther, raccontando come il suo gruppo di ricerca fosse stato escluso da un consorzio europeo, proprio a causa di Brexit. "È evidente che in questa incertezza - aggiunge Bellettini - gli stranieri, in questo caso gli italiani, provano a guardarsi intorno, e forse a tornare indietro".

Se davvero dunque siamo alla vigilia di un controesodo di cervelli, almeno dal Regno Unito, c'è da chiedersi se l'Italia è pronta. Perché spesso, nonostante tutte le promesse, questo ritorno è assai poco favorito dalle università, che privilegiano chi è cresciuto dentro i dipartimenti piuttosto di chi arriva da fuori. In realtà l'effetto Brexit potrebbe trovare una rete nelle "cattedre Natta", così chiamate in onore di Giulio Natta, Nobel per la Chimica nel 1963.